Amiamo Dio in cooperativa

 

Nel medioevo, i cristiani hanno amato Dio, costruendo insieme le cattedrali, frutto e gloria delle corporazioni di mestiere; durante la rivoluzione francescana, inventarono i Monti di pietà contro i mercanti di lacrime; nel secolo scorso, i contadini veneti cristiani si sono coagulati nelle cooperative rurali, consorziando anche gli strumenti di lavoro, realizzando una forma inedita della carità tra le cascine e i campi, sconfiggendo la pellagra e la miseria che affliggevano le masse contadine.

 

Oggi che, per la prima volta, il mondo avrà 450 milioni di persone con più di 65 anni, tornerà la comunità cristiana a trovare una soluzione alternativa al ricovero non solo nell'assistenza domiciliare organizzata dal Comune, ma anche attra­verso la libera unione di volontari e di professionisti, dando vita alle cooperative di servizio fami­liare? Chi ci spingerà a unirci per lavorare, per consolare, per curare, per fare dell'uomo un es­sere umano, per dare una testimonianza che aiuti anche gli altri ad amare.

 

A sospingerci in questa direzione non debbono certo essere i soldi, perché forse si può guadagnare di più esercitando la libera professione; non possono nemmeno essere le facilitazioni dei contributi previdenziali che possono coprire il part‑time delle madri di famiglia; ma deve essere una virtù che il nostro tempo e il nostro mondo chiama solidarietà che, all'origine, è stata chia­mata carità e Dio l'ha voluta intrisa di Sé: l'amore che può donare senza fine.

 

Finora è toccato alle colf più per necessità che per virtù, aiutare le famiglie; spesso, a beneficiare del loro servizio, sono stati i ricchi, i colti, coloro che già avevano tanto e chiedevano ancora faci­litazioni alla vita e al rapporto con gli altri; ora, attraverso il concorso pubblico, attraverso forme solidali, possono essere destinatari di servizio an­che le famiglie popolari delle periferie malate, gli emarginati, gli handicappati, i soli con o senza mezzi.

 

In questo ultimo dopoguerra, le cooperative edi­lizie hanno costruito case a schiera che hanno dato alloggio al Cristo baraccato; quelle alimentari hanno cercato di calmierare i prezzi, servendo co­sì alla giustizia, come, all'inizio della Chiesa, i «procuratori dei poveri» avevano costituito col­legi per difendere i deboli contro le prepotenze dei prepotenti.

Dopo le ferriere e le filande del capitalismo; dopo le società per azioni e le multinazionali moderne, avremo noi tanta fede da realizzare cooperative di servizi familiari? Qualcuno già lavora in que­sto campo e pensa di far servire queste organiz­zazioni all'assorbimento di disoccupazione giova­nile. Possiamo invece noi far rivivere lo spirito con cui Vincenzo de Paoli e Luisa di Marillac hanno iniziato, nel 600, l'assistenza domiciliare? Potremo vivere e lavorare, con un giusto stipen­dio, con una organizzazione efficiente e ordinata, rispondendo all'appello di anziani soli, di conva­lescenti senza appoggio, di madri stressate, di fa­miglie in crisi? Potremo, anche noi, come Folle­reau, sentirci dire da qualche  «lebbroso » della società: «noi eravamo crocifissi e voi ci avete levati i chiodi»?

1 vetrai, i selciatori, i tassisti, i portabagagli ci hanno preceduto sospinti dai vantaggi organizza­tivi delle cooperative di lavoro. Da più di un se­colo, i vetturini ci hanno insegnato a risparmiare il soldino bianco per il giorno nero e la società di mutuo soccorso sono servite al movimento ope­raio per lanciare l'idea della più potente organiz­zazione del lavoro: i sindacati.

Noi che crediamo, col battesimo, alla più grande internazionale, alla cooperativa più alta, la Comu­nione dei Santi, avremo il coraggio di vincere gli ostacoli, di dividerci i compiti, per rispondere ai bisogni della società, trovando nella solidarietà la forza di amare guardando nella stessa direzio­ne, la risposta alle difficoltà, all'egoismo proprie­tario che c'è dentro ognuno di noi?

Occorrono alcuni santi coi piedi per terra che pensino di amare Dio, organizzando il loro servizio a chi è nel bisogno, trovando il sistema di mettere insieme il gusto della terra che l'Incarnazione ci ha dato, con i motivi più sublimi a cui sembra che noi possiamo con difficoltà riferirci per non molto tempo; esprimendo, nella partecipazione, la carità; nella cooperazione, la dignità; nella struttura che resta tra il privato e il pubblico, la libertà.

 

Possono i cristiani, fare meglio ciò che lo Stato pensa oggi giusto di fare? e può diventare una forma burocratica, amministrativa? possiamo noi che, per secoli, abbiamo fatto questo lavoro tra le lacrime e senza riconoscimento, senza giustizia, coperti da umiliazioni, indifesi, senza contratti e senza leggi, dare avvio, in libertà, a forme che hanno il riconoscimento della Costituzione italia­na e russa, che possono esser privilegiate da ac­cordi e convenzioni pubbliche e possono attuare, con spirito nuovo, i diritti dell'uomo? Dove trove­remo tanta grazia? che fare perché il denaro che paghi il lavoro non ci dispensi dall'amore che non può essere né comprato né venduto?

 

Entrare in una cooperativa, per noi, può dire far trionfare la professionalità; varcare i limiti delle leggi per il collocamento; esigere in anticipo la qualificazione di queste nuove figure professio­nali; ma soprattutto vuol dire disonorare il capi­talismo, l'egoismo, dare testimonianza di una spi­ritualità nuova: amare Dio in cooperativa.