LA
SOCIETA' COOPERATIVA NEL
PENSIERO DELLA CENTESIMUS
ANNUS
A
tutti voi è certamente noto come quest'anno, 1991, è il centenario della Rerum
Novarum (delle cose nuove ), scritta da papa Leone XIII, enciclica che fu
definita " un bacio della Chiesa ai poveri".
Per
commemorarla vi sono stati vari Convegni e, non ultimo, la pubblicazione di una
nuova Enciclica di Papa Giovanni Paolo II chiamata, dalle parole con cui
incomincia, Centesimus
Annus.
In
questa nuova enciclica, si sottolineano alcuni aspetti della Rerum novarum e si
danno degli insegnamenti per una maggiore giustizia e solidarietà nel mondo
del lavoro, della politica e dell'economia.
La
Rerum novarum fu anche stimolo per creare quelle che Leone XIII chiamò "
corporazioni " e che oggi chiamiamo " cooperative "; Egli infatti
scrive: " Tra le associazioni dei lavoratori tengono il primo posto le
corporazioni di arti e mestieri "(1)
e ciò perché il Papa sa che " quando gli uomini sanno di lavorare in
proprio, faticano con più alacrità e ardore, anzi si affezionano al campo
coltivato ( allora era la terra l'unico posto di lavoro, oggi potremmo leggere
si affezionano alla cooperativa o alla fabbrica ) di propria mano (2).
La
cooperativa è questo campo " in proprio "; è il luogo dove i singoli
" diventano una comunità di persone che insieme vivono e lavorano "
(3)
La
cooperativa allora " non è soltanto uno strumento finalizzato al
guadagno, ma è una comunità composta da persone, la cui dignità non può mai
essere strumentalizzata ... mai deve essere considerata come una organizzazione
verticale, nella quale alcune persone ( vedi Consiglio d'Amministrazione )
sono al servizio esclusivo degli scopi di altre persone e del loro
vantaggio economico. Essa ( la coop. ) deve essere vista piuttosto come luogo
d'incontro di tante persone, le quali si impegnano ad operare per la produzione
di beni o servizi destinati al benessere di tutti " (4).
Ecco
quindi la vera essenza della cooperativa: luogo d'incontro di tante persone, le
quali si impegnano ad operare per la produzione del benessere di tutti:
- non quindi disinteresse dei soci;
- non quindi scaricare tutto sugli amministratori;
- non quindi fare il proprio servizio e poi starsene a casa senza
partecipare ad incontri formativi o programmatici;
- non quindi ignorare ciò che il collega o la collega fa, ignorare
qual'è l'ambito del suo lavoro, quali siano le sue difficoltà;
- non quindi rifiutare una possibile turnazione nei servizi o un
ricambio nella conduzione della cooperativa stessa;
- non quindi rifiutare corsi di formazione cooperativa per prepararsi
ad una gestione manageriale della stessa e alla sostituzione della dirigenza
attuale.
Per poter vivere in questa visione di Comunità di persone ci
vogliono però alcune condizioni " per questo, il primo e più importante
lavoro si compie nel cuore dell'uomo " (5)
- E' infatti nel proprio cuore che bisogna lavorare per estirpare
l'egoismo di cui tutti siamo infetti;
- è nel proprio cuore che bisogna fare spazio all'altro per accettarlo
e per farlo diventare socio nella costruzione della " comunità di
persone ";
-
è nel
proprio cuore che bisogna costruire la solidarietà dello stare insieme, della
solidarietà che rifiuta il dominio del mio io sull'io degli altri;
-
è nel
proprio cuore che bisogna scoprire la gioia del servizio di guida e di
amministratore per il bene di tutti, così come bisogna scoprire la stessa gioia
nel dare spazio ad altri che possano prendere il nostro posto.
Quando
abbiamo lavorato " nel cuore dell'uomo " per costruire la "
Comunità delle persone ", sarà più facile attuare il fine economico
della cooperativa, sarà più facile trovare " il guadagno per procurarsi i
mezzi di sostentamento "(6)
Per procurarsi questo guadagno, è necessario essere aperti, non
basta infatti vivere di ciò che si ha, non basta accontentarsi delle
Convenzioni stipulate, non basta essere soddisfatti del fatturato raggiunto,
è necessario invece affrontare il rischio dell'imprenditorialità, a ciò
esorta la Centesimus Annus quando scrive : " Ora proprio la capacità di
conoscere tempestivamente i bisogni degli altri uomini e le combinazioni dei
fattori produttivi più idonei a soddisfarli, è un'altra importante fonte di
ricchezza nella società modera ... organizzare un tale sforzo produttivo,
pianificare la sua durata nel tempo, procurare che esso corrisponda in modo
positivo ai bisogni che deve soddisfare, assumendo i rischi necessari: è,
anche questo, una fonte di ricchezza nell'odierna società.(7)
Questa imprenditorialità però si può avere - e qui ritorniamo a
quanto sopra detto - la cooperativa è " Comunità di lavoro e di persone
", dove ogni singolo socio si sforza ad acquistare le vere virtù
dell'imprenditore che così vengono descritte dalla Centesimus: " la
diligenza, la laboriosità, la prudenza nell'assumere i ragionevoli rischi,
l'affidabilità e la fedeltà nei rapporti interpersonali, la fortezza
nell'esecuzione di decisioni difficili e dolorose, ma necessarie per il lavoro
comune e per far fronte agli eventuali rovesci di fortuna "(8)
Con queste virtù, una cooperativa sarà capace di saper capitalizzare
ed investire per creare nuovi spazi di lavoro, per creare nuove forme di
solidarietà che serve, nuovi strumenti per aumentare la propria
professionalità.
E' infatti la cultura e la professione, sempre aggiornate, che
consente di rimanere presente sul mercato del lavoro;
- è la capacità di rinnovarsi nel servizio reso con finezza
d'animo e competenza professionale che manterranno competitiva la cooperativa di
fronte ad altre imprese;
- è la capacità di rispondere ad ogni chiamata dell'uomo, che
renderà stabilità di lavoro alla vostra impresa.
Rispondere ad ogni chiamata, non quindi solo alle chiamate degli
Enti locali, ma alle chiamate dei privati al loro domicilio, alle chiamate dei
privati per i loro bisogni di una conduzione normale della famiglia: l'impresa
infatti risponde a ciò per cui è nata, se ciò non facesse, prima o poi,
sarebbe destinata a fallire: voi siete nati per il servizio alla famiglia, non
per nulla la vostra impresa si chiama F.A.I. ( Famiglia - Anziani - Infanzia )
dov'è la famiglia nella nostra cooperativa, la famiglia normale con i suoi
bisogni quotidiani? dov'è l'infanzia?
La Cooperativa non può produrre solo profitto.
" La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come
indicatore del buon andamento dell'azienda: quando un'azienda produce
profitto, ciò significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente
impiegati e i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti. Tuttavia,
il profitto non è l'unico indice delle condizioni dell'azienda. E' possibile
che i conti economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che
costituiscono il patrimonio più prezioso dell'azienda, ( PREGATE IL SIGNORE
AFFINCHE' CIO' NON AVVENGA MAI ) siano umiliati e offesi nella loro dignità
.... Scopo dell'impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del
profitto, bensì l'esistenza stessa dell'impresa come comunità di uomini che,
in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni
.... al profitto bisogna aggiungere la considerazione di altri fattori umani e
morali che, a lungo periodo, sono almeno ugualmente essenziali per la vita
dell'impresa. (9)
Io credo che siano essenziali per la vita della nostra cooperativa,
affinché essa sia rivolta, non al solo profitto economico, ma alla tutela
dell'uomo alcune scelte necessarie, tanto quanto quelle per aver di più. "
Non è male , infatti - ci dice la Centesimus - desiderare di vivere meglio,
ma è sbagliato lo stile di vita che si presume essere migliore, quando è
orientato all'avere e non all'essere e vuole avere di più non per essere di più.(10)
Per Concludere, desidero riprendere il discorso iniziale: "
Cooperativa comunità di persone che insieme vivono e lavorano. Persone che
riconoscono " nel bisognoso, che chiede un sostegno per la sua vita, non un
importuno o un fardello, ma l'occasione di bene in sé, la possibilità di una
ricchezza più grande "(11)-
è questa ricchezza più grande che dobbiamo cercare;- è il volto di Cristo che
viene a noi attraverso la grazia che si ottiene con la preghiera e i sacramenti,
non potremmo infatti essere pienamente soddisfatti del nostro servizio se, alla
sera, non abbiamo la capacità di inginocchiarci e dire: " grazie Signore,
ti ho incontrato, ti ho servito e tu mi hai sorriso".Questo sorriso sia la
vostra ricompensa più grande.
(1)
Leone XIII: Rerum Novarum n. 36 (2)
Op.cit. n. 35 (3)
Giovanni Paolo II: ai lavoratori della Merloni. Ors.
Rom. 20-21 marzo 1991 (4)
Giov. Paolo II:
ibidem (5)
Giov. Paolo II: Centesimus Annus n. 51 (6)
Ibidem n. 8 (7)
Ibidem n. 32 (8)
Ibidem n. 32 (9)
Ibidem n.33 (10)
Ibidem n.36 (11)
Ibidem n.58