COOPERATORE TESTIMONE DI FEDE 

La Celebrazione Eucaristica, spesso, inizia con un invito alla comunione nello Spirito santo, mentre si conclude nel Mistero della comunione con Dio: ci cibiamo infatti del Cristo fatto carne !

La “Comunione” è qualcosa che non fa violenza, ma che libera. Essa non asservisce, ma restituisce l’altro a se stesso ed è apertura degli uni agli altri, attenzione e rispetto reciproco.

“Comunione significa” comunicazione reciproca di quanto si possiede e di quel che si è (J. Moltmann). 

Se comunione è comunicazione reciproca è necessario sviluppare questo concetto di comunione nella vita dei soci di cooperative, nel loro dividere e condividere insieme, non si può dare vera cooperazione infatti se non si vive questa comunicazione reciproca. 

Il servizio delle colf riunite in cooperativa però deve essere in comunione non solo con i soci, ma anche con coloro che stanno a fianco, con coloro a cui si presta la propria opera e con coloro che scrutano le nostre azioni perchè in noi cercano i motivi della nostra fede.

Per tale motivo, il cooperatore cristiano, è impegnato a rendere visibile il proprio cristianesimo e le motivazioni interiori del suo operare. 

Il mondo moderno, infatti non soffre tanto della negazione di un Dio, ma soffre della Sua lontananza nella vita quotidiana, non nega l’Essenza di un Essere, ma nega la Sua presenza nel mondo.

-                 Nega il rapporto esistente tra Dio e l’uomo;

-                 tra la Sua legge e la legge dell’uomo;

-                 tra il dominio del creatore sulle cose e il dominio dell’uomo sulle stesse;

-                 tra la ricerca scientifica e l’Onnipotenza Divina;

-                 tra il fine che l’uomo dà alla sua vita e il fine che Dio ha dato alla vita dell’uomo;

-                 tra l’uso che l’uomo crede di fare di se stesso e delle proprie forze e l’uso che Dio ha voluto che l’uomo facesse. 

Sta proprio nella conciliazione della vita e dell’essere dell’uomo con la vita e l’essere di Dio che il cooperatore cristiano può dimostrare la propria fede. 

E’ nel modo diverso di considerare la vita e la morte che, oggi, si può distinguere un cristiano da chi non lo è. La vita, per il cristiano, è un dono d’amore ed è un dono che si vive nell’amore. 

La vita è dono d’amore.

Principalmente è un dono che ci proviene dall’atto creativo di Dio che ci comunica prima l’essere e poi, tramite il Battesimo, la Sua stessa vita; è un dono d’amore del Figlio di Dio che muore  per la nostra Redenzione e per restituirci totalmente al Padre. 

E’ un dono d’amore che due esseri si scambiano per perpetuare se stessi e per donare alla società e alla Chiesa nuovi membri. 

Testimoniare questi due amori è compito, particolare, dei collaboratori familiari che per la vita hanno scelto di lavorare. Il loro infatti è un servizio diretto alla persona umana; alla persona che accompagnano da quando si trova in fasce fino alla soglia dell’eternità. 

La loro presenza in casa deve sempre testimoniare questo dono di amore con il nostro amore; il nostro servire è un condividere; il nostro donare assistenza è un donare gioia, perchè la vita è gioia, il nostro intervento preventivo o curativo è un incontro con una personalità e una dignità unica ed irripetibile, per cui il nostro non sarà un servizio di routine, ma un servizio personalizzato diretto a quell’uomo , a quella famiglia. 

Testimonieremo l’amore in casa dei minori con il sostegno alle fatiche e allo stress della madre, sostituiremo l’amore di un papà mancante o carente; il nostro sorriso ai bimbi soli oppure disabili sarà il sorriso di chi crede che in un handicappato vive ed opera la Trinità beata; il nostro dimenticarci a pro a chi soffre o è handicappato sarà la più bella testimonianza al dono d’amore che è la vita.

L’inserimento nelle famiglie dissociate sarà la testimonianza alla comunione - partecipazione. 

La vita è un dono che si vive nell’amore. 

La società, o meglio, le persone che negano la vita al concepito, che asserviscono per i propri fini, l’uomo; che abbandonano l’anziano alla solitudine o alla emarginazione non vivono nell’amore.

Se amare infatti significa donarsi all’altro chi, in qualunque modo, sopprime l’altro non ama. 

I cooperatori, debbono testimoniare anche questa fede ! Non basta infatti dare assistenza, non basta circondare un’individuo d’igiene e di sana alimentazione, se i cuori degli assistiti non vengono riempiti d’affetto, se dentro il cuore degli emarginati e dei soli non ritorna a fiorire il grazie alla vita e ogni sofferenza non diventa un nutrimento per la gioia interiore di esistere. 

le istituzioni, dice il Papa nella “Salvifici doloris” sono molto importanti ed indispensabili, tuttavia nessuna istituzione, compresa la cooperativa, può sostituire il cuore umano, la compassione umana, l’amore umano. 

Vivere è gioire, morire è gioire: è il paradosso dei cristiani. 

Nel nostro impegno lavorativo dobbiamo testimoniare questo paradosso:

-                 a coloro che predicano l’eutanasia, faremo scoprire la bellezza dell’accettazione e dell’abbandono alla volontà del Padre che è autore della vita e della morte;

-                 a coloro che sono stufi di aver un anziano che disturba la propria libertà e i propri sonni, daremo la nostra libertà ed il nostro sonno, con gioia, affinchè la loro vita sia vissuta nella gioia e non nella maledizione;

-                 a coloro, che, stanchi per un figlio o una figlia handicappata, maledicono il mondo e se stessi, offriremo il nostro cuore, la nostra mente e la nostra opera affinchè il dono “della cicogna nera” non pesi come una maledizione, ma, come “incenso” da bruciare e come “obolo” che il peccato deve pagare per essere riscattato;

-                 a coloro infine, che maledicono la morte ed invocano la vita, cercheremo di aprire gli occhi sulla “Vera Vita”, sull’eternità che non conosce tramonto.