Appartenenza e partecipazione in Associazione[1]
Per quanto riguarda l’appartenenza rimando alla mia relazione al XIII Congresso Nazionale dal titolo “Chi siamo e dove vogliamo andare”.
Il verbo “partecipare” ha un doppio significato tanto nell’uso politico che in quello comune:
· da un lato significa “prendere parte” ad un determinato atto o processo,
· dall’altro “essere parte” di un organismo, di un gruppo, di una comunità.
Ad un polo abbiamo dunque che la partecipazione consiste in azioni determinate, in un coinvolgimento di tipo decisionale, sia nel senso stretto di decisione su temi che di scelta di persone destinate ad occupare cariche politiche.
Al polo opposto abbiamo invece che la partecipazione significa una incorporazione attiva nell’ambito di una solidarietà socio-politica a diversi e possibili livelli (solidarietà statale, di classe, di gruppo ad esempio di Associazioni, di partito.
Nel secondo significato “essere parte” cioè di un organismo, di un gruppo, di una comunità, può indicare una struttura organizzativa sociale. In un senso più propriamente sociologico per l'appartenenza ad una comunità servono caratteristiche più forti, tali da creare un'identità degli appartenenti, tramite una storia comune, ideali condivisi, tradizioni e/o costumi.
In questa accezione la parola comunità appare legata alle associazioni con qualche ideologia[2] comune e può essere vista come un'estensione della famiglia. Una dimensione di vita comunitaria implica tipicamente la condivisione di un sistema di significati.
E’ proprio quest’ultima partecipazione che viene richiesta ai membri dell’API-COLF infatti, non si dà un socio vero senza la sua piena e consapevole appartenenza all’Associazione … e senza che egli assuma la sua parte nella comunione e nella missione della Associazione. Appartenenza e partecipazione sono inscindibili: quanto più si cresce nella maturazione della coscienza associativa, tanto più ci si rende conto che, ciascuno è portatore di doni da comunicare agli altri.
Doni di condivisione che potremmo riassumere, nelle seguenti parole:
1. valori,
2. religione,
3. storia comune.
1. Valori
· Perseguire la promozione dell’uomo e della donna che collabora alla famiglia e che si “dona” in un servizio di cura alla persona è valore inestimabile per chi, nella sua missione, pone al primo posto, il rifiuto della servitù sotto qualsiasi forma (denaro, ignoranza professionale, dipendenza passiva, ecc.); “La vera promozione della donna – secondo l’Enciclica Centesimus Annus - esige che il lavoro sia strutturato in tal modo che essa non debba pagare la sua promozione con l'abbandono della propria specificità e a danno della famiglia, nella quale ha come madre un ruolo insostituibile.”
Da qui sorge l’opera dell’Associazione nel reclamare e sostenere il diritto al ricongiungimento familiare di tante donne immigrate che vivono sul nostro territorio;
· Altro valore da difendere è la giusta remunerazione per il lavoro che viene eseguito e la difesa delle varie prestazioni sociali aventi come scopo quello di assicurare la vita e la salute dei lavoratori e delle loro famiglie.
· Un altro settore, che riguarda le prestazioni, è quello collegato al diritto al riposo:, si tratta del regolare riposo settimanale, comprendente la Domenica e le festività, nonché le ferie una volta all'anno, o eventualmente più volte durante l'anno oppure secondo quanto previsto dal CCNL. Infine, il diritto alla pensione e all'assicurazione per la vecchiaia e alle prestazioni in caso d’incidenti sul lavoro.
2. Religione è bene ribadire, anche in questa sede, che la nostra è un’associazione ecclesiale così definita dall’articolo 1° dello Statuto: “L'Associazione è il movimento sociale cristiano dei collaboratori familiari che, basandosi sulla professionalizzazione del lavoro al servizio dell'uomo, vuole sviluppare i valori di umanità, di qualificazione e di responsabilità di questo servizio, nella fedeltà al magistero della Chiesa in campo sociale.”[3] Essere organismo ecclesiale comporta l’adesione al Credo della Chiesa Cattolica e al suo Magistero nonché la “partecipazione” ai momenti aggregativi che le singole diocesi programmano per le Aggregazioni Ecclesiali e quindi anche la nostra “partecipazione” alle Consulte Diocesane dell’Apostolato dei Laici.
· Questi incontri sono momenti di partecipazione, dove si individuano percorsi, si suggeriscono metodi, si reperiscono forze umane e materiali (ci si rende visibili anche alla comunità ecclesiale a cui, in molti casi risultiamo sconosciuti)
· Un compito importante è riservato dalla Chiesa, alle Aggregazioni Laicali – quale la nostra – che è quello di evangelizzare, la Christifideles laici infatti così si esprime: “Queste aggregazioni di laici si presentano spesso assai diverse le une dalle altre in vari aspetti, come la configurazione esteriore, i cammini e metodi educativi, e i campi operativi. Trovano però le linee di un'ampia e profonda convergenza nella finalità che le anima: quella di partecipare responsabilmente alla missione della Chiesa di portare il Vangelo di Cristo come fonte di speranza per l'uomo e di rinnovamento per la società.”[4]
E qui lasciatemi esprimere un mio dolore: da molto tempo abbiamo tralasciato questo compito a noi assegnato dalla Chiesa.
Da tempo abbiamo limitato la nostra “opera educativa” semplicemente nell’espletamento esemplare dei “servizi resi ai soci” ma i consulenti – non sempre per colpa loro - sono rimasti ai margini per quanto concerne la vostra conoscenza del “Magistero sociale della Chiesa” a cui i “servizi” devono ispirarsi.
· Programmare momenti di “partecipazione” affinché i Consulenti esercitino questo loro compito dovrebbe essere l’orgoglio di ogni dirigente e di ogni associato!
· A questo proposito, sarebbe bello istituire, almeno una volta al mese, “La Messa dell’API-COLF” magari convogliando i tesserati nella parrocchia dove officia il consulente
3. Storia comune
Prima di inoltrarmi a trattare questo punto, desidero rendere omaggio a tanti sacerdoti e laici che hanno fatto la vostra storia; a quanti, ancora oggi, sono sul campo per testimoniare e spronare.
· Chi si sradica dalle proprie radici – dice un vecchio proverbio – è destinato a morire! Le vostre radici hanno visto persone pensare, agire, soffrire e donare per il miglioramento delle colleghe “a servizio dell’uomo”; quello a cui siete giunti è frutto di passione e di tensione verso quell’ideale di intensa partecipazione-aggregazione per la conquista di “un bene comune” vuoi leggi, vuoi contratti … oggi mi sembra che la tensione sia diminuita, mi sembra che ci culliamo più su “il già visto” e non scrutiamo più “il da vedere”!
· E da vedere c’è:
o una moltitudine di persone da coinvolgere affinché assumano responsabilità dirigenziali;
o un cammino formativo che non sia basato solo “sul fare” ma che sia anche rivolto alla crescita umana e cristiana dei soci;
o piccoli corsi di formazione professionale finalizzati non semplicemente all’impiego, ma anche per trarre nuova linfa per l’associazione;
o una strategia per coinvolgere i tesserati alla “partecipazione” ad iniziative ben programmate e ben sviluppate nelle varie fasi;
o la moltitudine di etnie presenti sul nostro territorio che aspettano una nostra visita per presentare loro “l’ideale associativo e il suo servizio”;
o un immenso territorio non raggiunto dall’Associazione, almeno una sede in ogni Regione, per fare ciò si richiede la corresponsabilità anche finanziaria, come dirò più avanti;
o uno sforzo perché i tesserati aumentino;
o una campagna d’informazione perché il “contributo di assistenza contrattuale” sia da tutti versato e, se non versato, recuperato nel TFR;
o lancio una proposta: perché non studiare la possibilità che la FEDERCOLF abbia un suo Centro di Assistenza Fiscale (CAF)?
o la revisione statutaria affinché l’Associazione possa avvalersi – come dirigenti e non semplicemente come collaboratori – di persone che non sono e non sono state colf o assistenti domiciliari;
o una compartecipazione finanziaria allo sviluppo associativo, (nell’ultimo Consiglio nazionale si è stabilito di costituire “un fondo sviluppo”) di questa decisione è stata data comunicazione dicendo che “tutte le offerte che perverranno alla sede nazionale saranno destinate a questo”. Se mi permettete, desidero richiamare quanto detto al Congresso nazionale e che viene riportato più sotto e, per la parte pratica, alla nota 5;
o La solidarietà farà crescere l’Associazione: si dice che le cattedrali sono state costruite con l’ingegno dei ricchi, ma con i soldi dei poveri …. Ogni sede è povera, per questo potrà costruire “cattedrali” lì dove non esiste neppure una chiesa. Questa mia proposta ricalca quanto detto all’ultimo Congresso Nazionale (ho parlato di “tesoretto” e sono stato deriso!) lì dove affermavo: “il cibo è necessario, senza cibo si muore. Per cibo intendo il denaro, senza denaro – dice un detto della mia terra – neppure il prete canta messa!
Il denaro serve alle sedi provinciali per la loro sopravvivenza, ma serve anche alla sede nazionale.
Le sedi provinciali – autonomamente – hanno creato strumenti che possono sostenerle anche senza le tessere, ma la sede nazionale riceve il suo cibo unicamente ed esclusivamente dall’importo delle tessere che vengono fatte.
Su quest’ultima affermazione vorrei richiamare la vostra attenzione:
4. Conclusione
Perché ci sia vera partecipazione si impone, diceva Giovanni Paolo II , “una rinnovata coscienza
di Chiesa (dell’Associazione), grazie alla quale, nella partecipazione all’unico dono e nella collaborazione all’unica missione, tutti imparino a comprendersi, a stimarsi fraternamente, ad aspettarsi e a prevenirsi reciprocamente, ad ascoltarsi e ad istruirsi instancabilmente, affinché la casa di Dio, cioè la Chiesa (Associazione), sia edificata dall’apporto di ciascuno e perché il mondo veda e creda”[6].
APPENDICE:
dalla Laborem exercens di Giovanni Paolo II (14/09/1981)
20. L'importanza dei sindacati
Sulla base di tutti questi diritti, insieme con la necessità di assicurarli da parte degli stessi lavoratori, ne sorge ancora un altro: vale a dire, il diritto di associarsi, cioè di formare associazioni o unioni, che abbiano come scopo la difesa degli interessi vitali degli uomini impiegati nelle varie professioni. Queste unioni hanno il nome di sindacati. Gli interessi vitali degli uomini del lavoro sono fino ad un certo punto comuni per tutti; nello stesso tempo, però, ogni tipo di lavoro, ogni professione possiede una propria specificità, che in queste organizzazioni dovrebbe trovare il suo proprio riflesso particolare.
I sindacati trovano la propria ascendenza, in un certo senso, già nelle corporazioni artigianali medioevali, in quanto queste organizzazioni univano tra di loro uomini appartenenti allo stesso mestiere e, quindi, in base al lavoro che effettuavano. Al tempo stesso, però, i sindacati differiscono dalle corporazioni in questo punto essenziale: i moderni sindacati sono cresciuti sulla base della lotta dei lavoratori, del mondo del lavoro e, prima di tutto, dei lavoratori industriali, per la tutela dei loro giusti diritti nei confronti degli imprenditori e dei proprietari dei mezzi di produzione. La difesa degli interessi esistenziali dei lavoratori in tutti i settori, nei quali entrano in causa i loro diritti, costituisce il loro compito. L'esperienza storica insegna che le organizzazioni di questo tipo sono un indispensabile elemento della vita sociale, specialmente nelle moderne società industrializzate. Ciò, evidentemente, non significa che soltanto i lavoratori dell'industria possano istituire associazioni di questo tipo. I rappresentanti di ogni professione possono servirsene per assicurare i loro rispettivi diritti. Esistono, quindi, i sindacati degli agricoltori e dei lavoratori di concetto; esistono pure le unioni dei datori di lavoro. Tutti, come già è stato detto, si dividono ancora in successivi gruppi o sottogruppi, secondo le particolari specializzazioni professionali.
La dottrina sociale cattolica non ritiene che i sindacati costituiscano solamente il riflesso della struttura «di classe» della società e che siano l'esponente della lotta di classe, che inevitabilmente governa la vita sociale. Sì, essi sono un esponente della lotta per la giustizia sociale, per i giusti diritti degli uomini del lavoro a seconda delle singole professioni. Tuttavia, questa «lotta» deve essere vista come un normale adoperarsi «per» il giusto bene: in questo caso, per il bene che corrisponde alle necessità e ai meriti degli uomini del lavoro, associati secondo le professioni; ma questa non è una lotta «contro» gli altri. Se nelle questioni controverse essa assume anche un carattere di opposizione agli altri, ciò avviene in considerazione del bene della giustizia sociale, e non per «la lotta», oppure per eliminare l'avversario. Il lavoro ha come sua caratteristica che, prima di tutto, esso unisce gli uomini, ed in ciò consiste la sua forza sociale: la forza di costruire una comunità. In definitiva, in questa comunità devono in qualche modo unirsi tanto coloro che lavorano, quanto coloro che dispongono dei mezzi di produzione, o che ne sono i proprietari. Alla luce di questa fondamentale struttura di ogni lavoro - alla luce del fatto che, in definitiva, in ogni sistema sociale il «lavoro» e il «capitale» sono le indispensabili componenti del processo di produzione - l'unione degli uomini per assicurarsi i diritti che loro spettano, nata dalle necessità del lavoro, rimane un fattore costruttivo di ordine sociale e di solidarietà, da cui non è possibile prescindere.
I giusti sforzi per assicurare i diritti dei lavoratori, che sono uniti dalla stessa professione, devono sempre tener conto delle limitazioni che impone la situazione economica generale del paese. Le richieste sindacali non possono trasformarsi in una specie di «egoismo» di gruppo o di classe, benché esse possano e debbano tendere pure a correggere - per riguardo al bene comune di tutta la società - anche tutto ciò che è difettoso nel sistema di proprietà dei mezzi di produzione o nel modo di gestirli e di disporne. La vita sociale ed economico-sociale è certamente come un sistema di «vasi comunicanti», ed a questo sistema deve pure adattarsi ogni attività sociale, che ha come scopo quello di salvaguardare i diritti dei gruppi particolari.
In questo senso l'attività dei sindacati entra indubbiamente nel campo della «politica», intesa questa come una prudente sollecitudine per il bene comune. Al tempo stesso, però, il compito dei sindacati non è di «fare politica» nel senso che comunemente si dà oggi a questa espressione. I sindacati non hanno il carattere di «partiti politici» che lottano per il potere, e non dovrebbero neppure essere sottoposti alle decisioni dei partiti politici o avere dei legami troppo stretti con essi. Infatti, in una tale situazione essi perdono facilmente il contatto con ciò che è il loro compito specifico, che è quello di assicurare i giusti diritti degli uomini del lavoro nel quadro del bene comune dell'intera società, e diventano, invece, uno strumento per altri scopi.
Parlando della tutela dei giusti diritti degli uomini del lavoro a seconda delle singole professioni, occorre naturalmente aver sempre davanti agli occhi ciò che decide circa il carattere soggettivo del lavoro in ogni professione, ma al tempo stesso, o prima di tutto, ciò che condiziona la dignità propria del soggetto del lavoro. Qui si dischiudono molteplici possibilità nell'operato delle organizzazioni sindacali, e ciò anche nel loro impegno di carattere istruttivo, educativo e di promozione dell'auto-educazione. Benemerita è l'opera delle scuole, delle cosiddette «università operaie» e «popolari», dei programmi e corsi di formazione, che hanno sviluppato e tuttora sviluppano proprio questo campo di attività. Si deve sempre auspicare che, grazie all'opera dei suoi sindacati, il lavoratore possa non soltanto «avere» di più, ma prima di tutto «essere» di più: possa, cioè, realizzare più pienamente la sua umanità sotto ogni aspetto.
Adoperandosi per i giusti diritti dei loro membri, i sindacati si servono anche del metodo dello «sciopero», cioè del blocco del lavoro, come di una specie di ultimatum indirizzato agli organi competenti e, soprattutto, ai datori di lavoro. Questo è un metodo riconosciuto dalla dottrina sociale cattolica come legittimo alle debite condizioni e nei giusti limiti. In relazione a ciò i lavoratori dovrebbero avere assicurato il diritto allo sciopero, senza subire personali sanzioni penali per la partecipazione ad esso. Ammettendo che questo è un mezzo legittimo, si deve contemporaneamente sottolineare che lo sciopero rimane, in un certo senso, un mezzo estremo. Non se ne può abusare; non se ne può abusare specialmente per giochi «politici». Inoltre, non si può mai dimenticare che, quando trattasi di servizi essenziali alla convivenza civile, questi vanno, in ogni caso, assicurati mediante, se necessario, apposite misure legali. L'abuso dello sciopero può condurre alla paralisi di tutta la vita socio-economica, e ciò è contrario alle esigenze del bene comune della società, che corrisponde anche alla natura rettamente intesa del lavoro stesso.
[1] Relazione di Monsignor Giovanni Celi, consulente ecclesiastico, Pescia 25/04/2009
[2] Il termine ideologia ha un primo significato letterale che risale agli inizi dell'Ottocento, coniata da Antoine-Louis-Claude Destutt de Tracy (1754-1836) come "l'analisi delle sensazioni e delle idee" nell'opera Ideologie, pubblicata nel 1801. In seguito il termine ha assunto il significato traslato di "sistema di idee" più o meno coerente e organizzato
[3] Statuto art. 1°
[4] Giovanni Paolo II: esortazione Apostolica: Cristi Fideleslaici, n. 29 – roma 30.12.1988
[5] APPENDICE
a. Poiché le attività dei servizi offerti nei vari centri dell’API-COLF sono, come si sa, servizi di Collocamento, Sindacali, Buste Paga (con servizio autonomo di API-SERVIZI) e, in qualche sede, anche Soccorso Cristiano, perché non unire le parte delle risorse economiche di questi Enti per finanziare la presenza del SEGRETARIO ORGANIZZATIVO?
Affido alla singole direzioni di questi Enti lo studio della fattibilità di questa proposta, coinvolgendo anche le sedi provinciali con un 0,10% delle entrate complessive della sede; il Congresso potrebbe dare l’avvallo a questa sinergia!!!!
b. Non dimentichiamo un’altra opportunità che potrebbe dare cibo alle attività, soprattutto di Casa Serena, che è l’utilizzo delle case per ferie di Rocca di Papa e di Fai della Paganella.
E’ da qualche anno, anche per motivo delle ristrettezze economiche in cui versa gran parte della popolazione italiana, che queste case sono sotto utilizzate, però credo che con un maggiore sforzo di propaganda e di organizzazione, si potrebbe ottenere di più: anche le sedi provinciali, in particolare quelle del Nord, potrebbero organizzare incontri con i soci o con gruppi parrocchiali.
c. Per potere avere qualche entrata in più, è bene impegnarsi tutti per usufruire del beneficio della legge del 5 X mille.
L’Ente Soccorso Cristiano Per la Difesa dei Diritti Civili “Maria Bombaci” ONLUS di cui è membro e fondatore anche l’API-COLF e la FEDERCOLF, può ricevere questa liberalità che non costa nulla al contribuente, ma che può aiutarci.
§ Allora l’impegno di ogni singola persona e l’impegno di ogni sede a contattare, a partire da subito, quante più persone possibili e coinvolgere anche Commercialisti amici per convogliare verso questa ONLUS le offerte deducibili, segnalando il Codice Fiscale del Soccorso Cristiano che è: 97184300586
[6] Giovanni Paolo II: discorso al convegno ecclesiale della chiesa italiana n. 2 – Loreto (AN) 11.04.1985