LA SFIDA DELLE COOPERATIVE FAI 

L’Associazione si è prodigata perché la cooperative nascessero e avessero gli strumenti adatti per affermarsi , ecco quindi che nel 1996, a Bologna,[25]  avanza una richiesta, ancora valida per chi desidera vivere lo spirito dei pionieri che viene sintetizzato nello schema che risale all’inizio della fondazione delle cooperative (1978):

Introduzione.  

E' difficile, oggi, parlare su che cosa chiede l’Api-colf alle cooperative, dopo che per oltre quindici anni si è tentato di dare suggerimenti e indicare percorsi affinché il nostro modo di essere cooperativa potesse rispondere alle esigenze delle persone assistite e ai bisogni degli assistenti, anche nell’ultimo incontro organizzato dal CON-FAI (9/11 febbraio 1996) si è data una lettura attuale della nostra presenza.

  Sfida culturale.

  E’ a tutti noto che l’Apicolf trae la sua origine dalla constatazione che il lavoro domiciliare a servizio della persona non era (e qualche volta non è ancora) considerato un lavoro, non era considerato frutto di una qualificazione professionale capace di spingere la scelta del servizio come una scelta di vita lavorativa che coinvolgesse le proprie capacità intellettive e volitive per l’espletamento quotidiano di un servizio all’uomo nella totalità dei suoi bisogni.

  E’ altresì noto come tutte le campagne promozionali dell’Associazione si siano incentrate sulla scelta della Formazione Professionale che, mentre valorizza il lavoratore, porta la società alla considerazione di quelle mansioni che nello svolgimento della professione esigono il lavoro delle mani guidato dall’intelligenza e sostenuto dall’anima e dal cuore unitamente agli altri aspetti gratificanti, come la capacità d’intuito, di partecipazione e condivisione.

Questa sfida culturale non è ancora finita, potremmo addirittura dire che non è arrivata neppure a metà della propria strada.

A questo punto, prima di continuare sul discorso formativo, non tanto in senso professionale, ma piuttosto in senso etico, vale la pena fare un breve accenno a quello che è lo scopo fondamentale per cui l’Associazione esiste e per cui continua a battersi: la liberazione di tutti coloro che compiono il servizio alla famiglia! la restituzione di dignità alle migliaia e migliaia di collaboratori familiari, che vedono la loro opera ancora poco riconosciuta, poco rispettata.

  Torniamo al discorso Formazione. E’ vero che molte Regioni già dalla fine degli anni 80 insistono sulla qualificazione del personale per il servizio all’assistenza; è vero che in alcuni CCNL di lavoro viene premiata la qualificazione professionale, ma è anche vero che, spesso, non si ha cura della crisi culturale legata alla crisi etica, cioè allo smarrimento dei valori umani fondamentali, che fino a ieri erano da tutti accettati e ritenuti evidenti[26].

  Perché ciò è potuto accadere? Perché quando viene meno il senso religioso, si toglie alla coscienza umana il maggior sostegno, in grado di garantire il valore assoluto dei principi morali e degli stessi diritti umani.

Principi morali che, secondo il nostro credo, vedono nell’altro il proprio fratello, vedono il Cristo che chiama attraverso gli affamati e gli assetati; attraverso quanti sono senza abiti per vestirsi; attraverso i malati (cf. Matt. 25,31-46). Lui è lì; in tutti loro si può scorgere la voce e il volto di Cristo.

  E’ proprio in questa prospettiva e visuale[27] che l’Associazione desidera dare a tutti i soci delle cooperative quella dimensione etica capace di realizzare nella propria vita la sintesi tra spiritualità e professionalità, capace cioè di mantenere la propria identità di fede, incarnandola nella storia e vivendo il proprio servizio come risposta ad un credo che «non è qualcosa di solamente intimo e personale, ma sempre più sociale, storico, comunitario, che come tale si esprime nella cultura e genera cultura»[28].

  Testimonianza profetica.

  L’Associazione, ha sempre inteso l’assistenza domiciliare come una risposta al bisogno dell’uomo e non una risposta alla povertà intesa solo economicamente.

A quest’aspetto dell’assistenza desideriamo richiamare tutte le cooperative, ma soprattutto i gestori della finanza pubblica affinché il servizio sia reso alla generalità dei cittadini chiamando, coloro che possono, alla compartecipazione della spesa. E' in questo senso vanno lette le parole di Giovanni Paolo II, rivolte ai convegnisti di Palermo:«ci è doveroso ricordare a tutti che lo stato di diritto, una genuina democrazia e anche una bene ordinata economia di mercato non possono prosperare se non facendo riferimento a ciò che è dovuto all’uomo perché è uomo»[29].

  In questo senso quindi noi non siamo per lo smantellamento dello stato sociale, così come non siamo per dare tutto a tutti indiscriminatamente. Desideriamo che la solidarietà sia basata sulle necessità vere e reali e non sulla capacità impositiva di ciascun individuo: la malattia, la solitudine, l’handicap non hanno conto in banca, non schivano le case dei ricchi, la vera solidarietà quindi ci spinge a non tacere sulla discriminazione del servizio offerto dal pubblico solamente all’indigente[30]. Conosciamo bene le ristrettezze e le gravi implicanze che questa proposta comporta, ma, da cristiani convinti del nostro ruolo profetico, rifiutiamo di apparire «come coloro che vedono la carità di Gesù Cristo, più che anima di una storia rinnovata, come colei che dovesse assumersi soltanto il compito di pietosa infermiera d’una storia che non si potrà mai rinnovare ... Certamente il tempo presente - l’abbiamo detto or ora - è e rimane tempo di grano e di zizzania, ma ciò non esclude affatto, anzi presuppone, che nella vicenda umana prenda forma la manifestazione storica dell’amore di Dio: e dicendo storica intendo dire capace d’affrontare e risolvere in modo ottimale i problemi dell’esistenza ordinaria dell’uomo»[31].

  Egemonia delle ragioni dell’economia su quelle delle persone.

  Il panorama economico è attualmente dominato dal dramma della disoccupazione che tende sempre di più a differenziare i lavoratori rendendoli strumento di risanamento dei conti pubblici. Desideriamo qui ricordare che il diritto al lavoro e alla giusta remunerazione è elemento essenziale della cittadinanza ed atto di giustizia e di valorizzazione delle risorse umane.

Sono queste risorse umane che non debbono essere mortificate nei bandi di concorso per le convenzioni; sono questi diritti alla giusta remunerazione che non possono essere mortificati da una politica finanziaria o clientelare tendente al cambio di cooperativa facendo leva unicamente sul parametro dell’offerta al ribasso.

  L’Associazione ha sempre combattuto il lavoro non sufficientemente remunerato così come ha sempre difeso i giusti diritti previdenziali dei lavoratori. Continuando questa politica di difesa non può oggi non denunciare la condizione di molti soci di cooperative che sono maltrattati nei loro sacrosanti diritti di uomini del lavoro.

  Non può non denunciare la distruzione di cooperative serie per professionalità dei soci e per oculatezza di amministrazione, perpetrata dalla presenza di cooperative-imprese disoneste che, pur di vincere, non si fanno scrupolo di bistrattare i soci facendo loro firmare buste paga superiori alla remunerazione percepita oppure evadendo i contributi previdenziali giocando su leggi non applicabili alle cooperative sociali.

Contro tali cooperative desideriamo richiamare la vigilanza degli organi nazionali così come desideriamo sollecitare i pubblici funzionari degli Enti locali ad essere più oculati nell’esaminare la documentazione presentata da questi imprenditori di lacrime.

  Conclusione.

  Come conclusione giova ricordare le riflessioni che il Papa Giovanni Paolo II nel suo viaggio del 9 maggio 1990 diede agli imprenditori messicani - anche voi infatti soci di cooperative siete imprenditori - il Papa così ebbe a dire:

«Prima di concludere vorrei fare una breve riflessione sulla responsabilità verso voi stessi e verso le vostre famiglie.

E’ certo che molti di voi sono spinti, nel proprio lavoro, da un sincero desiderio di servire. Ma è altrettanto certo che potete essere insidiati da un grave pericolo: la sottomissione ai beni terreni, l’affanno del guadagno esclusivo - unito di solito alla sete di potere - ad ogni prezzo. Quando si cede a questa tentazione, compare un materialismo crasso e, nello stesso tempo, la radicale insoddisfazione che l’uomo prova quando cerca di spegnere la sua sete di bene infinito attraverso creature materiali.

D’altra parte, non di rado questa ambizione disordinata si traduce anche in una certa trascuratezza della vita familiare e dell’educazione dei figli. Se ciò non viene avvertito e risolto, si può giungere ad autentiche crisi nel matrimonio e nella vita dei figli.

Ecco qui dunque un nuovo appello di Cristo: la famiglia esige qualcosa di più del tenore elevato di vita che potete offrirle; richiede la vostra presenza, il vostro affetto, il vostro sincero interesse di marito e di padre o di moglie e di madre.

Desidero concludere il nostro incontro - continua il Papa - con le parole del Signore: Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. La coscienza di essere artefici di una società più giusta, pacifica e fraterna, ripagherà abbondantemente il vostro lavoro e il vostro zelo verso i più bisognosi.»[32]  

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[25] - Relazione tenuta da Don Giovanni Celi al seminario di Bologna del 8 maggio 1996

[26] - I fatti di cronaca anche recenti di anziani maltrattati o fatti morire con la pratica dell’eutanasia attiva, di handicappati seviziati (vedi Il Messaggero di Roma del 4.5.1996), ci danno triste conferma che l’uomo non vale più per se stesso, ma diventa strumento del proprio sostentamento. L’uomo non è più uomo, ma strumento di una logica perversa di utilitarismo goliardico oppure economico.

[27] - cf. Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica postsinodale Christifideles laici (1988), n. 34 «Interi paesi e nazioni, dove la religione e la vita cristiana erano un tempo quanto mai fiorenti e capaci di dar origine a comunità di fede viva e operosa, sono ora messi a dura prova, e talvolta sono persino radicalmente trasformati, dal continuo diffondersi dell’indifferentismo, del secolarismo e dell’ateismo. [ ...] In altre regioni o nazioni, invece, si conservano tuttora molto vive tradizioni di pietà e di religione popolare cristiana; ma questo patrimonio morale e spirituale rischia oggi di essere disperso sotto l’impatto di molteplici processi [...]. Certamente urge dovunque rifare il tessuto cristiano della società umana.»

[28] - C. Ruini, Intervento conclusivo al Convegno di Palermo 1995, n. 6

[29] - Giovanni Paolo II: Discorso al Convegno di Palermo, n. 8; 23.11.1996; in Regno-Doc. 21/95 pag. 670

[30] - termine ancora sentito nell’ultima campagna elettorale.

[31] - G. Saldarini, Convegno di Palermo: Chiamati alla perfezione della carità per rinnovare la società alla luce del Vangelo, n. 5, in Il Regno-doc. 21/95 pag. 651

[32] - Giovanni Paolo II: Discorso agli imprenditori; Durango (Messico) 9 maggio 1990 n.8; in Regno-doc. 13/90 pag. 387.