DON LUIGI STURZO E LA COOPERAZIONE.

 In un periodo di crisi economica, come il nostro, è bene richiamare alla memoria alcuni principi morali del grande sociologo cattolico del nostro secolo.

Nelle sue opere, Don Sturzo, parla di ristrutturazione organica dell’economia. Nella teoria di questa ristrutturazione, un posto fondamentale ha l’impresa cooperativa, in essa infatti si realizza, in modo quasi naturale, “ l’unità morale dell’impresa che si deve fare su tre piani: il cointeresse, la collaborazione morale, la soddisfazione del lavoro “. 

            1) Cointeresse

“ L’azione (cooperativa) - dice Sturzo - non deve essere un laboratorio di irresponsabili, ma una grande famiglia di lavoro “.

- I soci della cooperativa sono responsabili non solo nel lavoro singolo, ma sono per natura responsabili della vita e della conduzione dell’impresa.

- Nessun membro della cooperativa deve sentirsi un dipendente, oppure un estraneo di tutto ciò che riguarda la cooperativa. Anche se le decisioni, la conduzione amministrativa ed organizzativa è compito del Consiglio d’Amministrazione, i soci devono partecipare con i loro consigli e le loro proposte.

- I soci sono l’anima del Consiglio d’Amministrazione e gli stimolatori delle loro decisioni.

- Il cointeresse deve portare ciascuno a sentirsi moralmente obbligato a non disertare le assemblee e a migliorare la propria Prestazione professionale.

             2) Collaborazione morale.

“ Nella formazione di un’unità morale dell’azienda - dice Sturzo - viene a crearsi un’atmosfera di simpatia, una possibilità di vita associativa “. 

- La simpatia è l’elemento umano che cementa ed aiuta lo sviluppo del cointeresse. 

- La simpatia vede nell’altro socio non un rivale che vuole “afferrare” tutto per se, ma colui che parla ed agisce per il bene dell’altro oltre che per il bene di se stesso. 

- La simpatia favorisce la fiducia reciproca. 

- La simpatia verso i consiglieri del Consiglio o viceversa spinge a collaborare, con l’appoggio morale, per l’attuazione delle delibere lì quando una delibera potesse essere non a tutti gradita. 

- Collaborazione morale significa anche un appoggio d’incoraggiamento e di sprone per coloro che, stanchi o affaticati, sentono un peso per i cambiamenti di luogo per le implicanze umane di carenza affettiva, e di carenza economica, carenze che i soci vorrebbero colmare, ma, non trovando i mezzi, finiscono o per abbattersi o per legarsi affettivamente al bisogno da dimenticare anche se stessi e le loro necessità di libertà e di indipendenza.

 - Collaborazione morale significa ancora essere capaci di scambiarsi esperienze e modi di fare per evitare la trappola affettiva di possesso o di rifiuto.

Per trappola affettiva di possesso intendo il pericolo sopra enunciato: legarsi affettivamente; per trappola affettiva di rifiuto intendo la condizione morale di coloro che, avendo altri problemi personali o familiari, rifiutano la compartecipazione amorosa con coloro con cui collaborano, rifiutano il cristiano “ piangere con chi piange, soffrire con chi soffre, gioire con chi gioisce “. (S.Paolo)

             3) Soddisfazione del lavoro.

Don Luigi Sturzo dice che il cointeresse e la collaborazione producono la soddisfazione nel lavoro. 

- Non si produce soddisfazione quando vi è “anonimato ed irresponsabilità del capitale “. Anche la forma cooperativistica può produrre questa irresponsabilità ed anonimato se non vengono attuati i due precedenti punti: il Consiglio d’Amministrazione infatti potrebbe essere visto - agli occhi dei soci - come il “Padrone” e quindi prodursi in seno alla cooperativa quella conflittualità che si riscontra nelle aziende a conduzione capitalistica. 

- Si ha soddisfazione del lavoro quando “ il lavoro permetterà all’uomo di diventare più uomo, e non già di degradarsi a causa del lavoro, logorando non solo le forze fisiche (il che è inevitabile), ma, soprattutto intaccando la dignità e la soggettività che gli sono proprie “. (Laborem Exercens n.9) 

- La giusta remunerazione per il lavoro eseguito è anche un mezzo per avere una soddisfazione del lavoro e nel lavoro.

Remunerazione che deve essere commisurata sia alla capacità imprenditoriale dell’impresa e sia ai bisogni dei soci, evitando però la tendenza “ad avere sempre di più”, ma incominciando ad attuare, per quanto possibile, la remunerazione che comprende anche il salario familiare (cf. Laborem Exercens n.19).